Indro Montanelli è stato uno degli uomini più dotati dalla sorte, nell'Italia del XX secolo.
Grande giornalista, bellissimo uomo, personalità affascinante, enormemente fotogenico, protagonista nella storia e nella società italiana.
Non molti sanno che il padre effettivo di Indro Montanelli non fu il buon preside di liceo, prof. Sestilio, ma il bellissimo principe Lodovico Spada Potenziani, come dimostrato con assoluta certezza dalla impressionante rassomiglianza, più che dalla equivoca coincidenza di alcune date.
E dal vero padre Indro ereditò anche, oltre alla bellezza, quella istintiva e insopprimibile aura di raffinatezza e nobiltà che lo ha caratterizzato per tutta la vita.
Mi è venuto in mente, Montanelli, stamane, davanti alla TV, nella trasmissione di Brontolo Beha.
Era intervistato, tra gli altri, l'ex giudice Carlo Palermo, che a distanza di tanti anni non avevo neppure riconosciuto.
E ci sono argomenti e nomi che, appena ne sento parlare, mi fanno immediatamente venire in mente l'altro Montanelli.
Questi nomi, questi fatti, sono, per esempio, Palermo, Casson, Ustica, Abissinia.
E, nel tempo, man mano che gli anni passano, svanisce inevitabilmente lo starordinario fascino del Montanelli uomo e giornalista, mentre i fatti restano, sempre più pesanti, sempre più indiscutibili, sempre di più provati dalla storia.
Io ho comprato Il Giornale di Montanelli dal primo giorno fino all'ultimo e, dopo il divorzio da Berlusconi, continuai a seguirlo sulla Voce, dal primo all'ultimo giorno.
Per tanti anni la lettura del Giornale e poi della Voce è stato per me un bisogno quotidiano, una vera necessità.
Questo non mi impediva, già a quei tempi, di rendermi conto che esisteva un doppio Montanelli e le mie lettere di contestazione furono numerose.
In alcune occasioni Montanelli rispose, a sua volta contestandomi, una volta in un articolo di fondo a proposito di una mia lettera in cui sostenevo “oportet ut scandala eveniant”, un'altra volta con 2 secchissime righe in cui mi invitava a non leggere più il suo giornale.
Queste mie lettere e queste sue risposte furono sempre relative a questioni di secondaria importanza.
Per le accuse più gravi che avrei dovuto avanzare, penso di non avergli mai scritto.
Se capita di avere un amico criminale, che sia pedofilo o assassino o mafioso, è inutile discuterci; o si chiude l'amicizia, o si tace.
E siccome io apprezzavo troppo Indro Jekyll, non ho mai scritto a Indro Hyde quello che pensavo di lui.
Per cui non gli ho mai scritto che è storicamente dimostrato che in Abissinia e in Libia gli italiani hanno ammazzato con i gas migliaia di uomini che combattevano per la libertà e che quindi lui, Indro Hyde, oltre che criminale di guerra, era un vergognoso bugiardo.
Per cui non gli ho mai scritto che a Ustica le decine di passeggeri di quel famoso aereo furono ammazzati da aerei amici e che i militari italiani hanno testimoniato il falso.
E neppure gli ho mai scritto che la sua campagna di stampa contro il giudice Casson era vergognosa.
E infine non gli scrissi che il fondo della abiezione lo aveva raggiunto nel momento in cui, il giorno dopo l'attentato al giudice Palermo che era costato la vita a una madre e alle sue due bambine, un disgustoso Montanelli-Hyde aveva scritto un articolo di fondo nel quale aveva l'impudenza di attribuire al giudice la responsabilità dell'attentato.
In nome dell'anticomunismo, Montanelli-Hyde era disposto a qualsiasi bassezza.